IO NON MI UNISCO AL CORO!

Copia di isoldatiniL’Italia va alla guerra e tutti sono contenti. Neanche due mesi fa eravamo pronti (qualcuno era pronto pardon) a prosciugare i mari pur di far tornare i nostri soldati dall’Iraq e oggi tutti sono contenti di mandarne altrettanti in Libano.

C’è gente che ha vinto le elezioni scrivendo sui manifesti “Fuori dalla sporca guerra” e ora vota a favore di una missione di “pace”…di pace in zona di guerra…esattamente come in Iraq e Afghanistan.

Mi dispiace ma non mi unisco al coro di PECORE che in queste ore osannano D’Alema neanche fosse il nuovo Cavour e che vedono nell’impegno italiano in Libano il segno della “rinascita”.

Sto dalla parte dei nostri soldati, come sempre. Sto dalla parte di quei ragazzi, miei coetanei, che in queste ore partono per il Medio Oriente per affrontare, come i loro colleghi in Iraq e Afghanistan grandi rischi.

Ci parlano di “legittimazione dell’ONU” come se il mandato di un organismo che ci ha messo più di un mese per riuscire a dire semplicemente a Libano e Israele di farla finita con la guerra possa essere una garanzia sufficiente. Suvvia, siamo seri!

Non dico che è sbagliato l’intervento italiano in Libano, come non ho mai detto che lo sia stato quello in Iraq. Certe scelte dei governi nazionali non hanno colore politico, tant’è vero che sia amministrazioni di destra (Usa e fino a poco fa anche Spagna) che di sinistra (Inghilterra) hanno partecipato alla missione di guerra.

Cosa porta allora uno Stato a scegliere l’ingresso in una guerra o in un dopoguerra ad alto rischio come in Iraq e Libano? Scelte politiche ed economiche, ovviamente.

Non mi convince il Prodi che travestito da buon parroco di campagna parla di missione umanitaria, non mi convince Parisi che parla come un Maggiore dei Marines, non mi convince D’Alema che si atteggia a gigante della politica estera. Non mi convince più, soprattutto, il silenzioso Bertinotti. Non mi convince il Diliberto che gridava alle “mani lorde di sangue”. Non mi convince chi sventolava le bandiere arcobaleno e oggi inneggia alle truppe in Libano.

L’Italia contava poco prima e oggi, dopo l’Iraq, conta qualcosa di più sullo scenario mondiale. Ma l’Italia ha un grosso problema: è in Europa. E’ l’Europa a non contare nulla nello scacchiere mondiale e non le serve né agganciarsi all’America né ancor meno pensare di “mettersi in proprio”. L’Europa è divisa su tutto, da sempre. Qualcuno si illudeva che bastasse una moneta unica per creare un Popolo Europeo, ma l’utopia europeista è rimasta negli atenei, nelle carte polverose di una Costituzione Europea logorroica e inconcludente.

Manca una politica estera comune, una politica economica che si basi su grandi sistemi e regole precise, non sulle “quote”. Servono regole condivise che impediscano ai “padroni” dell’economia di detenere un potere assoluto senza avere un soldo in tasca.

E intanto, mentre l’America vede approssimarsi inesorabile il suo declino e l’Europa non riesce ad arrestare la propria autodistruzione, India e Cina fanno passi da gigante sfruttando l’insipienza dei propri “concorrenti”.
Perché dico questo? Lo dico perché ci deve essere un motivo se la Sinistra italiana sceglie oggi di fare la guerra dopo aver impostato per un’intera legislatura una feroce battaglia contro l’impegno militare italiano. Esistono guerre giuste e guerre sbagliate? Niente di tutto questo.

Esistono però guerre “utili” a rompere e/o creare certi equilibri.

Perché l’Italia ha partecipato al dopoguerra iracheno? I motivi sono ben evidenti. L’Italia ha capito di doversi ritagliare un ruolo politico autonomo da Francia e Germania. Partecipare alla “ricostruzione” serviva a sganciarsi da un’Europa in cui il Bel Paese contava meno di zero per agganciarsi al treno stelle e strisce. Motivi politici dunque, uniti secondo alcuni anche a motivi più strettamente economici (un caso che a trecento metri dalla base di Nassirya ci sia un pozzo petrolifero e una raffineria dell’ENI?).

Germania e Francia non sono intervenute per affermare il loro primato nel vecchio continente, portando sulla propria strada successivamente la Spagna e ora anche l’Italia (che tanto per cambiare cambia schieramento in corsa tornando ad essere l’Italietta inaffidabile che tanto viene denigrata all’estero).

Ma veniamo dunque alla domanda di fondo: perché oggi la Sinistra ci fa partecipare al dopo(?)guerra libanese? Perché la cosiddetta Sinistra radicale sta zitta?

Allarghiamo un attimo lo scenario ed elenchiamo alcuni indizi:

          Montezemolo in un “lapsus” freudiano afferma: “E’ giunto il momento che le forze più responsabili dei due schieramenti si mettano insieme per cambiare Governo…ehm…il Paese”

          Fusione San Paolo – Intesa. Tutti contenti, protestano solo i sindacati.

          Missione in Cina di Prodi e…Montezemolo, per dire che la Cina è un’opportunità e non una minaccia. Intanto sotto l’egida del Governo italiano Fiat e Pirelli (quella di Tronchetti Provera…) firmano importanti contratti.

          Vendita separata di TIM. Il consigliere privato di Prodi prepara il progetto per Tronchetti provera, ma Prodi non ne sa nulla…la barzelletta del secolo!

          Decreto Bersani. L’Ulivo va persino più a destra di quanto non avesse fatto Berlusconi. Peccato che colpisca i tassisti e i farmacisti anziché i grandi monopoli.

          Indulto. Uno dei primi a beneficiarne è Cesare Previti, sì proprio quello che tutta la Sinistra voleva vedere morire in galera fino a poche settimane fa.

          Conflitto d’iteressi. A quanto pare si sta preparando un “pacchetto” per togliere definitivamente di mezzo Silvio Berlusconi impedendogli “democraticamente” di fare politica.

          La Sinistra radicale sta zitta.

Provate a riflettere un po’ e vi accorgerete che le probabilità di tornare al voto prima del 2011 sono molto elevate, ma con schieramenti molto diversi da quelli attuali.

In questi giorni si stanno facendo tante chiacchiere sul possibile “tradimento” di Casini e dell’UDC, ma in tutta franchezza non credo che avverrà nulla di tutto ciò.

Secondo me ci attendono due anni di profondi cambiamenti e a forza di “cambiare”, come capita spesso, si tornerà al punto di partenza: una nuova grande Democrazia Cristiana che governerà l’Italia per qualche decennio. Scommettiamo?

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