A spasso per Firenze

E’ una giornata grigia, con poca storia all’apparenza. Una qualsiasi giornata novembrina. Prendo il treno delle 13 e cinquanta che, da Arezzo in un’ora mi porta a Firenze. Poco affollato, pulito e semi nuovo. Nel Valdarno timide gocce di pioggia hanno plastificato la strada. Qua e là, pozzanghere sparse lungo i binari, come piccoli specchi rivolti al cielo.

Finalmente a Firenze -‘culla della ‘cultura – come dicono sempre i fiorentini, amici d’infanzia di una mia cara amica. Il cielo è coperto, ma non piove e fa decisamente caldo. Una temperatura sopra la media stagionale. C’è tanta gente che gira in maglietta. Sono ormai sei anni, che con una media di 3 o 4 volte l’anno, mi reco dall’ortodontico, in via Scarpetti. Dalla stazione di Santa Maria Novella percorro via Pansani, a metà svolto sulla destra, giungendo in pochi metri in Piazza Antinori, l’anticamera di via Tornabuoni. Elegantissima come sempre. I suoi magazzini rilucono tra le stoffe impreziosite d’organza e gli sfarzosi accessori. Signore in età matura, dall’aria snob con colli di pelliccia e visi spolverati di trucco pesante, sostano davanti alle vetrine. Chi parla al telefono, chi guarda l’ora, chi si specchia nei vetri perdendosi nelle sue evoluzioni e coni di luce.

Girando a sinistra, si arriva in pochi minuti in Piazza Strozzi, che da il nome al suo austero palazzo. Se si alza lo sguardo, già s’intravede Piazza della Repubblica, linda e geometrica, tra le tenui penombre di questa giornata. Mi trattengo una mezz’ora, per una breve visita allo studio in via Scarpetti, strada parallela proprio a metà tra Piazza strozzi e Piazza della repubblica. Pregusto l’ora di uscire, sapendo in cuor mio che sarà probabilmente l’ultima volta che metterò piede in quest’angusto studio medico. Il personale tutto femminile è sgarbato a volte e, con notevole mancanza di tatto, in molte altre.

Per chi vive in provincia, come me, la città rappresenta una grand’attrattiva. Rappresenta il tutto e il niente, nel medesimo lasso temporale. Amo la città. Amo passeggiare da sola nell’humus delle sue strade, nei suoi vicoli pregni di storie. Amo palpare le sue movenze, sentire sul mio viso le sue paure, toccare i suoi pensieri. Amo l’anonimità, l’indifferenza benevola e le mille e mille attrattive che sa offrire. Da anni ormai, ho a Firenze la mia libreria preferita, dove ogni volta mi fermo ad acquistare qualche buon libro. Libreria Edison, in Piazza della repubblica 27. Tre piani rialzati, più uno seminterrato. Al secondo piano un piccolo bar, con decine di tavolini, dove i fiorentini sorseggiano un caffè o un aperitivo immersi nella disincantata lettura pomeridiana. Attorno, decine di libri, silenziosi. Molto anglosassone. Mi soffermo per un’ora circa. Acquisto tre libri: Dubliners di James Joyce, Non ho paura di Niccolò Ammaniti e Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, più una Moleskin rossa. In verità, cercavo altri libri di letteratura irlandese in lingua originale, ma oggi non ho avuto fortuna. Nel frattempo, un venditore di colore entrato in libreria, m’importuna per ben due volte.

Amo le librerie. Amo quell’atmosfera rarefatta che si respira. Amo accarezzare le vellutate copertine, respirando il profumo di stampa, pregustando le storie, pagina dopo pagina. Mi estraneo e mi perso in mille fantasie, in un mondo immaginario pieno di magia, ma so già che, in un futuro non molto lontano, passerò di qui un giorno, e accarezzerò la copertina del mio primo libro, magari tra i best sellers !!

Esco soddisfatta e rilassata. Svolto a sinistra dopo Piazza della repubblica, e senza accorgermene mi trovo scaraventata con forza, proprio di fronte al Duomo, al Campanile di Giotto e al Battistero, in Piazza del Duomo per l’appunto. Credo di essermi trovata nella stessa posizione, decine e decine di volte, dalla prima gita scolastica delle scuole medie ma, le sensazioni che si provano ogni volta, cambiano imprevedibilmente. Un disegno di rara bellezza e d’inestimabile pregio. Nati da un’intuizione e da un talento straordinario. Opere create dai mortali per l’immortalità, alta espressione di una cultura e di un’epoca che tracciano un’impronta indelebile fino alla fine dei tempi. La città pare avvolta in un’aurea di sogno, tra le confuse luci dell’imbrunire. Credo che Firenze non abbia uguali al mondo, per questo suo fascino discreto, tardo rinascimentale. Come un quadro del Botticelli.

Decine di turisti stanno in posa per carpire, con ogni mezzo, gli intimi segreti, per decifrare ogni sua parvenza o pensiero. Credendo di trovarli forse dietro ogni scatto. Non è possibile fissare la bellezza in eterno, perché la bellezza è ascrivibile nello spazio, sempre muta, sempre cambia, nella direzione e nelle movenze. "La bellezza sta nell’animo di chi l’osserva", diceva David Hume. Forse è per questo che, Piazza del Duomo resterà sempre eterna, per la capacità delle opere d’arte di rinnovarsi e cambiare faccia ogni volta, all’occhio di chi le guarda.

Volto lo sguardo. Via dei Calzaiuoli riluce d’eterno. E’ la via più centrale ed elegante di Firenze e fin dal medioevo cuore commerciale della città. Da sempre trait-d’unione tra il potere religioso e quello politico, unendo infatti Piazza del Duomo e Piazza della Signoria. La percorro immaginandola rivestita di stoffe e colori, come quand’era sede dei laboratori dei più raffinati sarti della città. Arrivo in Piazza della Signoria che incantata mi osserva. Il Davide nel suo sguardo di marmo, lusinghiero e benevolo, pare guidare il passante. Allungo fino a Ponte Vecchio. L’oro dei negozi si specchia nelle acque dell’Arno, taciturne e profonde. Ripenso alla sua furia. A quel maledetto 4 novembre di cinquant’anni fa, l’alluvione di Firenze. Immagino la sua acqua oltre i quattro metri d’altezza, penso ai circa 1500 dipinti danneggiati e agli oltre un milione di volumi della biblioteca nazionale. Penso al crocefisso del Cimabue gravemente danneggiato, issato a simbolo della tragedia. Penso alle decine di migliaia di volontari, gli angeli di Firenze che salvarono opere e uomini, dal fango e dalla disperazione. La Firenze di oggi, deve la sua vita e la sua storia a quegli eroi.

Risalgo verso il Duomo per poi svoltare per borgo San Lorenzo e il suo mercato. Adoro quel mercato. Pieno di lingue, colori e odori. Multirazziale e moderno. Il mio vezzo per gli orecchini mi conduce ogni volta, a visitare una minuscola bancarella di cinesi, marito e moglie che, scopro hanno anche una piccola bimba. Un enorme telo nero luccica da lontano, puntellato da centinaia d’orecchini, d’ogni forma, dimensione e colore. Ci passerei delle ore a guardarli. Ne acquisto un paio, di forma ovale e con ricami d’argento.

Noto che ormai ovunque, si sente parlare straniero. Tante lingue mescolate insieme, in un sottofondo confuso che, nel rumore della città si perde. A spasso per Firenze, sentir parlar fiorentino è sempre più raro. Altri due venditori di colore, con dei libri in mano, m’importunano di nuovo, con insistenza, all’uscita di un negozio di libri. Ovunque, qualcuno che chiede qualcosa, elemosina o cianfrusaglie d’ogni tipo. Questa insistenza gratuita mi disturba, assai. Come quei venditori improvvisati che sono fatti entrare nei locali, dove si consuma un pasto o si beve un bicchiere che, con insistenza ti vogliono far comprare per forza qualcosa. Educatamente tu dici "no, grazie" ma senza risultato, bisogna spiegarsi più di una volta. Potrebbero aspettare fuori del locale, sarebbe molto più dignitoso per loro e più gradevole per tutti.

"A Firenze, c’è un malessere diffuso" – come mi dice Cristian che a Firenze è nato e ancora oggi vive e lavora -, "un malessere dovuto alla morte dei quartieri della città e della sua gente che l’aveva arricchita" e resa Firenze in tutto il mondo. Firenze pare schiava del suo passato, e il problema immigrati si sente fortemente tra gli abitanti. "Gli immigrati contravvengono giornalmente alla legge, cambiando i connotati di una città che si reggeva sulla vita di quartiere, sul mutuo soccorso e sulle sue più vive tradizioni" prosegue amaramente. "Firenze è sempre stata abituata agli stranieri al sovraffollamento ma, prima aveva una sua piccola identità, che oggi sta lentamente perdendo". Mi parla dello spirito fiorentino, per farmi capire meglio il tessuto di questa città adagiata sull’Arno. Mi parla del calcio storico fiorentino, una delle più antiche tradizioni. Uno sport simile al rugby che, nasce intorno alla metà del 1500 quando "Fiorenza" era cinta d’assedio dai francesi. I quartieri storici di Firenze si misuravano tra di loro per stabilire chi era il più forte. In città non ci si voleva arrendere alla miseria, e fu proprio allora, che venne creato questo gioco, costruito su delle regole rigide e circoscritte. Mi racconta che un giorno fu messa in palio una vitella, apposta durante la carestia, perché i francesi erano convinti di aver messo i fiorentini alla stretta finale. I francesi da fuori le mura videro loro malgrado che, i fiorentini continuavano a giocare tra feste e balli, infischiandosene della miseria. Anche se cosi non era, ma l’importante era farlo credere. Mi dice Cristian che ogni anno nel mese di giugno, in pieno centro storico si giocano ancora queste partite e che, i giapponesi pagano prezzi folli per aver accesso alle tribune. Una delle piazze simbolo della città, Piazza Santa Croce viene ricoperta sul sagrato con la rena dell’Arno, diventando esso stesso quel campo.

Firenze, toscana fino alla morte. Burbera e insolente, originale e franca. Mi emoziono sentendo queste storie, e mi invento catapultata in quelle piazze tra canti e feste paesane, con l’orgoglio di essere toscani.

Purtroppo è già ora di ripartire. M’incammino verso la stazione di Santa Maria Novella Sono sei anni che incontro nella galleria che da via Pansani porta alla stazione, un homeless seduto per terra, sempre nello stesso identico posto. Un uomo sulla sessantina portati male, minuto, barba e capelli di media lunghezza e piccoli occhi tristi, occhi che ne ha viste tante nella vita. E’ un amico per me, un punto fisso, se passò di lì per caso e non lo vedo, quasi mi rattristo. E’ uno dei pochi homless a cui lascio sempre qualche moneta. Timido, sta rannicchiato su se stesso, oppure sta in piedi appoggiato al muro, disegnando con i pensieri quello che non ha. Non chiede mai nulla a nessuno anche se gli occhi chiedono senza dire una parola. Un mio amico, Gino Tarducci spesso mi diceva "amo la gente che non chiede niente, che sa chiedere ma non chiede" (si veda: http://moniamariani.blog.tiscali.it/hv2536913). Henry cosi lo chiamo, sta seduto umile e dignitoso sulla sua umana miseria. Non ha ciotole per le monete, né cartelli con iscrizioni o preghiere di aiuto. Non ostenta povertà, né ti ferma. Forse è per questo che lo considero diverso dagli altri, una persona degna.

Non ci ho mai parlato, non ce n’è mai stato il tempo o, forse il momento adatto. Peccato. Oggi quando l’ho visto, mangiava per terra un panino appoggiato sopra una carta marrone, come quelle per la ciaccia all’olio che si usava negli alimentari dalle mie parti quando si andava a scuola. Gli ho lasciato una moneta, senza dire una parola. Lui ha guardato la moneta scivolare per terra e ha continuato a mangiare, indifferente a tutto il resto. Credo che la gente di città ormai non ci faccia più caso agli homeless, ai senzatetto, ai barboni come si preferisca chiamarli. Forse per loro è una cosa normale incontrarli, è come se ormai facessero parte dell’arredo. Io invece ci faccio caso, li osservo. Sono il prodotto della nostra marcia indifferenza, del nostro egoismo, della nostra incapacità di cercare e volere un dialogo. Gli homeless sono figli sfortunati di questo nostro tempo, avaro e ipocrita. Sono le tristi pedine di un mondo imperfetto.

Rattristata mi dirigo al binario che mi porterà nella mia agiata e qualunque vita di provincia, nella tranquillità della mia casa. Incamminandomi penso alle mie agiatezze, al tepore delle quattro mura domestiche. Vedo il mio letto e la mia camera dove ogni notte sogno e riposo, vedo un caffè nero bollente, vedo la mia tazza piena di latte, i biscotti e il miele delle api della mia valle, vedo quel magnifico piatto di pasta che, ogni giorno, mia mamma mi fa trovare sulla tavola. Vedo il mio gatto, nero e paffuto che, mi aspetta sull’uscio di casa. Penso e ripenso. Non è proprio tutto scontato anzi, non lo è affatto.

Il treno sosta al binario 15. La gente corre con passi veloci e frenetici. Pendolari che dopo un’altra faticosa giornata fuori casa, tornano stanchi nelle comodità del loro focolare. Il treno Firenze-Arezzo delle 18 e nove minuti è sempre strapieno. Se si arriva tardi si sta in piedi. Guardo le facce della gente, opache, prive di sensazioni e sorriso. Penso che forse, non si sono mai fermati a osservare un senzatetto di nome Henry lungo la strada, penso che forse per loro oggi è tutto scontato.

Cade un nero buio. I vagoni dondolano tremendamente, con uno sferragliare assordante di rotaie.

Oltre il finestrino Firenze già dorme e, oltre il buio, già risplende mentre in disparte, l’Arno borbotta in mezzo all’oro, ai ponti e alle balaustre. Sfoglio le pagine di un libro, e affondo in quella prodigiosa cornice di storia, arte e talenti. La mia mente si perde laggiù oltre i canali, oltre le guglie e oltre le piazze, oltre la linea che la notte ha disegnato e, oltre tutto, sorrido perché oggi mi sento davvero fortunata.

Monia Mariani

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