Per un’architettura “sociale”

Avvertire il ruolo etico della progettazione è forse la sfida più importante che un giovane ingegnere o architetto deve affrontare. Le recenti evoluzioni degli strumenti grafici, che sempre più spesso influenzano in maniera tangibile l’esito stesso della progettazione, non devono distrarre dal fine principale che ognuno deve porsi, ovvero il miglioramento della vita.

E’ il valore sociale dell’architettura e della programmazione urbanistica a porsi oggi più che mai come vincolo imprescindibile. Ogni azione progettuale ha un suo autore ben definito, delle finalità, una committenza, ma soprattutto un’utenza finale.

Le ragioni economiche della committenza sono spesso le uniche ad essere ascoltate. […] Tuttavia una programmazione che tenesse in conto solo le esigenze della committenza […] non necessariamente farebbe seguire al profitto economico un adeguato progresso sociale. […]

La storia ci insegna che può esserci vita sociale anche in luoghi estremamente disagiati, mentre non è detto che in luoghi “ideali” possa svilupparsi vitalità. Sta al progettista in maniera preminente l’analisi del contesto. Progettare senza conoscere il luogo, le persone, ma soprattutto la storia rischia di produrre disastri. Il progettista non deve essere un filosofo, ma semmai un antropologo. […]

Compito di un progettista oggi deve dunque essere prima di tutto saper conoscere il luogo in cui realizzare la propria opera, rifuggendo dalle tentazioni fortissime della modularità e del facile guadagno che le moderne tecnologie favoriscono ulteriormente.

Da “ilBorgo” di lunedì 5 novembre 2007

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