Via D’Amelio, Spatuzza dice la verità?

di Anna Petrozzi – 22 aprile 2009

Le riservatissime dichiarazioni di Gaspare Spatuzza cominciano a produrre i primi effetti. Sentito in super segreto dal giugno dello scorso anno dalle Procure ancora impegnate nella ricerca della verità sulla strage di Via D’Amelio l’ex uomo d’onore di Brancaccio aveva rivelato di essere stato lui l’autore del furto della 126 poi imbottita di tritolo e fatta esplodere quella maledetta mattina del 19 luglio 1992.
Le sue dichiarazioni sul punto contrastano nettamente con quanto hanno raccontato invece Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura poiché entrambi si erano accusati di aver commesso quello stesso reato. Non è cosa da poco perché sulla ricostruzione fornita da questi ultimi si basano sentenze passate in giudicato con condanne gravissime.
Messi a confronto Candura avrebbe ceduto e quindi ammesso di aver mentito mentre Scarantino sarebbe rimasto fermo sulla sua posizione. L’iscrizione nel registro degli indagati del primo per auto-calunnia e del secondo per calunnia non può che far supporre che gli inquirenti credano a Spatuzza.
La questione Scarantino è stata fin dagli esordi uno spinoso grattacapo per i magistrati a causa dei suoi continui ritrattare. I maggiori collaboratori di giustizia da Brusca a Cancemi lo hanno sempre considerato personaggio di nessun conto e in particolare Brusca aveva più volte dichiarato di non credere alle sue versioni e sosteneva che a causa sua ci fossero in carcere persone innocenti.
Antonino Giuffré riferisce invece di aver ricevuto richiesta da parte di Pietro Aglieri e Carlo Greco di far alterare i registri di una pensione di Trabia per smentire la credibilità di Scarantino che li stava accusando. E ciò se da una parte farebbe presupporre che i due boss di Santa Maria del Gesù fossero realmente preoccupati per le dichiarazioni di Scarantino non significa nemmeno che Giuffré possa attestare l’assoluta attendibilità del suo racconto.
Tuttavia mentre Spatuzza, a quanto pare, scagioni Pietro Aglieri, per cui potrebbe profilarsi la riapertura del processo, e addossi tutte le responsabilità dell’eccidio alla famiglia di Brancaccio di cui faceva parte e quindi ai suoi capi Giuseppe e Filippo Graviano, Giuffré spiega chiaramente e più volte che la strage di via D’Amelio fu pensata da Bernardo Provenzano in persona e portata a compimento dai suoi uomini tra i quali proprio Aglieri e Greco.
Stando il riserbo con cui è gestito il collaboratore per ora è impossibile addentrarsi in ulteriori considerazioni. Dalle notizie trapelate si apprende solamente che gli investigatori stiano vagliando i riscontri forniti da Spatuzza nei luoghi in cui sarebbe avvenuto il furto, a Palermo dove il testimone è tornato dopo 11 anni, e sui reperti recuperati in via D’Amelio.
La decisione di collaborare con la giustizia sarebbe scaturita in Spatuzza, soprannominato, ‘u tignusu, da una crisi mistica e dal profondo rimpianto per la vita da criminale nato in seguito all’omicidio di Padre Puglisi, di cui fu l’esecutore, e maturato solo adesso vinte le resistenze della moglie che nell’immediato dopo stragi lo condizionò fortemente a non macchiarsi d’infamia. Con una lettera Spatuzza ha comunicato alla consorte e al figlio la sua scelta e entrambi, in coerenza ai dettami mafiosi, non lo hanno seguito.
L’unica cosa chiara, ancora una volta, è che siamo ancora ben lontani dal comprendere cosa sia successo veramente in via D’Amelio. Chi ha riempito l’auto di esplosivo? Dove? Chi e come l’ha portata sotto casa della madre del giudice Borsellino? Da dove è stato azionato il detonatore? Da chi?
Speriamo che Spatuzza possa fornire chiarimenti e non altri depistaggi utili solo a coprire i veri esecutori e mandanti dell’omicidio di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Walter Cosina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.

fonte: http://www.antimafiaduemila.com

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