Per una Architettura “sociale”

Avvertire il ruolo etico della progettazione è forse la sfida più importante che un giovane progettista deve affrontare. Le recenti evoluzioni degli strumenti grafici, che sempre più spesso influenzano in maniera tangibile l’esito stesso della progettazione, non devono distrarre dal fine principale che ognuno deve porsi, ovvero il miglioramento della vita.

E’ il valore sociale dell’architettura e della programmazione urbanistica a porsi oggi più che mai come vincolo imprescindibile. Ogni azione progettuale ha un suo autore ben definito, delle finalità, una committenza, ma soprattutto un’utenza finale.

Le ragioni economiche della committenza sono spesso le uniche ad essere ascoltate visto che chi paga, alla fine, ha sempre ragione. Tuttavia una programmazione che tenesse in conto solo le esigenze della committenza certamente saprebbe muovere ingenti capitali e arruolare forza-lavoro, ma non necessariamente farebbe seguire al profitto economico un adeguato progresso sociale.

Qualche giorno fa parlavo di eco-mostri come ad esempio il quartiere Pilastro di Bologna.  Colate di calcestruzzo che hanno arricchito qualcuno, devastando però l’ambiente. Pensando alla nostra Città, come dimenticare la ferita arrecata alla sua storia millenaria quando negli anni ’60 si decise la costruzione dell’Autostazione? Avevo delle cartoline, che spero di recuperare, in cui si vedevano nitidamente la bellezza della cannoniera del Buontalenti e lo splendore delle Mura storiche, la fontanella vicino a Porta Fiorentina e tante aiuole fiorite. Un patrimonio irrimediabilmente perduto, perché anche abbattere ora l’Autostazione comunque non restituirebbe alla Città l’antica bellezza. Certe ferite non si rimarginano e corrompono per sempre l’ambiente, intendendo per “ambiente” tutte quelle condizioni naturali, tipologiche, logistiche, storiche, ma soprattutto sociali di un luogo.

La storia ci insegna che può esserci vita sociale anche in luoghi estremamente disagiati, mentre non è detto che in luoghi “ideali” possa svilupparsi vitalità. Sta al progettista in maniera preminente l’analisi del contesto. Progettare senza conoscere il luogo, le persone, ma soprattutto la storia rischia di produrre disastri. Il progettista non deve essere un filosofo, ma semmai un antropologo. Le città “ideali” come Brasilia sono frutto della filosofia, ma poi sono persone normali a doverle abitare.

Compito di un progettista oggi deve dunque essere prima di tutto saper conoscere il luogo in cui realizzare la propria opera, rifuggendo dalle tentazioni fortissime della modularità e del facile guadagno che le moderne tecnologie favoriscono ulteriormente.

Da “ilBorgo” di lunedì 5 novembre 2007

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